Racconti al gabinetto® Un esercizio (serio) di scrittura creativa sul lessico

Articolo uscito su Quasicultura.

Scrittura creativa e lessico: un esercizio per aspiranti scrittori (e altri megalomani).
Con il mirabolante titolo Racconti al gabinetto ®, vi presento il primo di una lunga serie (?) di post sulla scrittura creativa. Ci occupiamo di lessico, una delle frecce nella faretra dello scrittore.
Ricordate le Conversazioni al caminetto di Roosevelt? Se la risposta è no, siete nel posto giusto: questi, infatti, sono i Racconti al gabinetto ®Chisselo, Roosevelt. Ci tenevo però a ragguagliarvi sull’origine del titolo, che deriva proprio dall’assonanza con i polpettoni radiofonici del vecchio Franklin Delano.

In cosa consiste l’esercizio sul lessico?
L’esercizio di scrittura creativa che vi propongo consiste nella stesura di un racconto con un lessico che non siete abituati a utilizzare nella quotidianità. Per un’esperienza più gratificante, vi consiglio di redigerlo nell’intimità delle vostre maioliche preferite.
Detto così pare facile, non è vero? Beh, leggete il mio raccontino in fondo all’articolo per ricredervi.
Quando scrivete, fate come me: infarcite il testo di vocaboli inusitati.

Per questo esercizio di scrittura creativa occorre usare il vocabolario!
Alcuni pugili dicono: una, ma fatta bene. In questo esercizio di scrittura creativa, per stendere il nostro avversario, abbiamo una sola, gigantesca, insopprimibile regola: usare il vocabolario e studiare ogni parola che intendiamo inserire nel racconto. Scommetto che scoprirete che quel nome ha un etimo che non immaginate, che il tal verbo ha sfaccettature semantiche che non conoscete, e via discorrendo.
Adesso mantenete la calma: non dovete tirar giù il dizionario impolverato del ventennio fascista dallo scaffale della nonna – oltretutto vi imbattereste in strambe e desuete voci italianizzate. Effettuare una ricerca sul web è sufficiente, ma fatela con cura: a volte i dizionari on line sono molto stringati e mancano di alcune definizioni ed esempi.
Se non avete in testa un lessico adeguatamente complesso per redigere il racconto, potete partire dal vocabolario stesso, frugando tra i lemmi o andando a caccia di sinonimi di parole troppo semplici e inadatte all’esercizio.

Una regola extra per gli aspiranti scrittori: NON ROMPETE I COGLIONI AL LETTORE!
In apertura accennavo: un buon lessico è una vera arma per uno scrittore. Ma, come sappiamo, le armi sono pericolose. Bisogna prestare attenzione a non spararsi addosso e stramazzare in una palude di budella insieme al nostro manoscritto. Con questa placida immagine voglio dire che il lessico va soppesato alla scena che stiamo scrivendo. Due ragazzi che vedono una bella figliola che passa, non esclameranno:
“Sodale, accipicchia!, guarda che sorriso rutilante, e che petto scultoreo!”
ma
“Guarda che tette quella sventola!” [versione censurata]
Ci siamo capiti? Non fatevi prendere la mano esibendo la vostra erudizione a tutti i costi. Se disponete di un ampio vocabolario, ben venga, ma non è necessario straziare il lettore con lemmi impossibili. Imparate a dosarli nei momenti giusti.

Vi invito a condividere il vostro Racconto al gabinetto ® nei commenti qui sotto. Potrebbe scaturirne un dibattito interessante.

Il mio Racconto al gabinetto ®:
Me ne stavo compunto al capezzale di lei e la guardavo indefesso, rimestando le inerzie della nostra relazione claudicante, reo di una farragine di deprecabili angherie, vittima della sua lubricità. Il cipiglio immanente mi estrometteva dalla stolida abulia che quell’amore mi aveva cagionato. Lei, reticente, pervicace, fissava il soffitto col cuore vacuo, immemore, col fiato di un morto; e ciò che quel silenzio stentoreo insinuava era un tumulto irrefragabile che mi abbacinava, un loglio che mi avrebbe angustiato per anni. Era pugnace anche da trasmigrata, sempiterna invitta – ma vinta dal mostro corvino. Avrei preferito essere io al suo posto: una mera spoglia che non può straziarsi, che si schermisce dallo spicinio della bufera. E perseveravo a guardarla, scevro di lacrime ma col volto tumefatto e sparuto, e le occhiaie cineree; e lei era altera come una volta, ma aveva sulle labbra un lucore serafico, tutta la beatitudine che aveva sottratto a me con la sua dipartita.

Per questo articolo ho preso libero spunto – liberissimo! – da Il mestiere dello scrittore di Gardner.

Paolo Ceccarini

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